Mese: <span>Marzo 2020</span>

Mindufull Eating

Questo “periodo” particolare della nostra vita potrebbe insegnarci molto. Sembrerà paradossale, ma alcune attività che svolgiamo durante le nostre giornate possono essere improntate su una nuova forma mentis. Una forma mentis centrata sulla calma e sulla consapevolezza.

Essere MINDFULL può sicuramente aiutarci. Essere MINDFULL significa prestare maggiore attenzione al momento e direi, ai momenti diversi della giornata, da quelli semplici a quelli più complessi.

Possiamo aumentare la nostra consapevolezza anche mentre mangiamo. In tal modo aiutiamo il nostro corpo e la nostra mente.

Sovente accade, infatti, che mentre mangiamo, a colazione, a pranzo o a cena, siamo “sconnessi”, poiché prestiamo attenzione ad altro o facciamo addirittura contemporaneamente altro, specie in questo periodo di ulteriore stress. Mentre i pensieri ci “assalgono”, in un attimo finiamo il nostro pasto non ricordandone il sapore, il gusto, la temperatura … Di fatto, non ci siamo goduti consciamente il pasto.

Mangiare si trasforma così in un’attività automatica, come tante altre, con la differenza che fa male al corpo e alla mente. La prima regola è allora PRESTARE ATTENZIONE.

Ti suggerisco, pertanto, di cominciare ad esercitarti. Comincia da un piccolo pasto, o anche semplicemente dal caffè. Pensa ad una sorta di “meditazione del caffè” come amo definirla. Prendere il caffè non è semplicemente prendere il caffè!

Concentrati sulla tazza, sulla temperatura, sul colore del caffè e intanto presta attenzione all’aroma, mentre poggi le labbra sulla tazza e concentrati sul calore, il gusto e mentre il caffè scende progressivamente, saggiane le tante caratteristiche gustative, olfattive …

Prestare attenzione a tutti questi elementi richiede ATTENZIONE E CONSAPEVOLEZZA, ma è l’unico modo per STOPPARE il pensiero, soprattutto quello negativo e ansiogeno.

Se fai questo piccolo esercizio per 1 settimana, potrai passare a “compiti” più complessi. Potrai, ad esempio, fare lo stesso esercizio con un cioccolatino.

Dopo che hai compreso il meccanismo principale dell’essere MINDFULL, cerca di comprendere anche se la fame, la sazietà mutano, così come se sei o meno soddisfatto. Ti garantisco, che in tal modo, con paziente esercizio, ogni morso, ogni assaggio ti fornirà la giusta gratificazione e soddisfazione. Il valore del cibo cambierà progressivamente.

Ricordiamoci che emozioni spiacevoli, quali la tristezza, il senso di vuoto, l’ansia, vengono sovente affrontate “attraverso il cibo”. Proprio in questi momenti cerchiamo di CALMARE LA MENTE in primis. Il primo passo è sempre e comunque RALLENTARE. Quindi, rallenta il respiro, rendilo più lungo e profondo. Esercitati per appena dieci minuti e poi, chiediti se quel cibo può alleviare la tua emozione. In tal modo, aumenti la consapevolezza.

Provare per Credere …

 

Il reato d’impeto

Il reato d’impeto.

Il reato d’impeto racchiude una molteplicità di condizioni psicopatologiche, spesso anche molto controverse, sebbene il termine possa indicare, in verità, un comportamento di passaggio all’atto, impulsivo, non mediato (U. Fornari, 2015, pag. 334).

Esso comprende categorie diagnostiche abbastanza remote, se ci riferiamo, ad esempio, alla monomania, alla follia morale e categorie più recenti o “moderne”, quali il discontrollo episodico. Ai fini forensi, è importante stabilire se si tratta di una condotta delittuosa, espressione di manifestazioni psicotiche dopo un evento stressante, acting out o azioni di passaggio all’atto che sono proiezioni di uno stato emotivo e passionale relati a tratti di personalità che però non rientrano nella sfera psicotica.

Nell’ambito dei reati d’impeto distinguiamo:

La monomania: “malattia della volontà” che ha visto, nel corso degli anni, un succedersi di teorie quali quelle della follia istintiva, follia degli atti, follia impulsiva, follia lucida, follia morale, psicosi criminale, ecc. Dalla monomania si passò alla follia morale, iscritta nelle categorie delle follie ereditarie e degenerative. Tali teorizzazioni si agganciarono soprattutto all’approccio organicistico per spiegare il reato d’impeto (pazzia epilettica e epilessia). La monomania finì con il confluire nel raptus, così come nel discontrollo periodico, nel disturbo di personalità borderline, fino al disturbo mentale transitorio e alla psicosi reattiva breve.

Il raptus: inteso come turba episodica accessuale del comportamento gestuale e motorio, consistente nel bisogno di compiere improvvisamente un gesto o un’azione violenta, dannosa per il soggetto o gli altri, la cui esecuzione sfugge al controllo, ma non alla consapevolezza. Considerata la complessità già in termini psicopatologici, è un termine in disuso. Possiamo, ugualmente, parlare di:

  • reazione a corto circuito negli psicopatici disforici, impulsivi, labili d’umore, asociali, esplosivi.
  • Acting-out nel Disturbo Borderline di Personalità e nella nevrosi ossessivo-compulsiva.

In entrambi i casi si traduce in una scarica emotivo-affettiva improvvisa in cui la coscienza è sostanzialmente conservata, anche se condizionata da un turbamento emotivo transitorio.

  • Raptus ansioso: si nota nelle reazioni nevrotiche acute.
  • Automatismo psicotico: negli scompensi psicotici del funzionamento borderline, nelle boufées deliranti e nelle sindromi confusionali.
  • Automatismo allucinatorio: può riscontrarsi nel corso di una sindrome confusionale o in caso di episodio dissociativo acuto o nel corso di una schizofrenia.
  • Impulso patologico: è il passaggio all’atto che si osserva nelle psicosi organiche e nelle insufficienze mentali.

Il discontrollo episodico: sindrome caratterizzata da transitori, ripetuti agiti violenti. In condizioni di stress prolungate e inaspettate, per preservare l’equilibrio, l’Io pone in essere tre meccanismi di regolazione: nervosismo, manifestato con insonnia, instabilità e angoscia; condizioni nevrotiche, con sostituzione della realtà con la fantasia; discontrollo episodico, in cui l’impulso aggressivo sfugge al controllo. Il comportamento aggressivo può essere di tipo sociopatico e psicopatico.

La follia transitoria: è un quadro caratterizzato da una psicosi transitoria, non preceduta da alcun disturbo e accompagnata da amnesia, di durata breve e da comportamenti auto ed etero distruttivi violenti ed automatici. Nel linguaggio moderno si parla di D.M.T., disturbo mentale transitorio, conosciuto meglio come Disturbo Psicotico Breve del DSM V e come Sindrome Psicotica Acuta e Transitoria nell’I.C.D.-10.

Dobbiamo diventare il cambiamento che vogliamo vedere.

Comunicazione Non Verbale: un Dizionario davvero speciale.

La conoscenza della comunicazione non verbale può fornire un utile supporto al processo comunicativo, indipendentemente dal contesto. Essere percettivi significa essere capaci di individuare le contraddizioni tra il linguaggio orale e il linguaggio del corpo. Significa, al contempo, scovare le incoerenze e perché no, anche la menzogna. Sovente, si parla di Audience awareness.

Alcune regole di fondo andrebbero però sempre rispettate:

  1. Leggete i gesti nell’insieme.
  1. Attenzione alla coerenza.
  2. Leggere i gesti nel contesto.

Immaginate di aprire la porta del bagno di una casa che state visitando e di scoprire una donna nuda nella vasca: come reagirà alla vostra presenza?

Una donna britannica o americana si coprirebbe il seno con una mano e i genitali con l’altra; una svedese solo i genitali; una musulmana il volto, una di Sumatra le ginocchia e una della Samoa l’ombelico!

Durante un processo comunicativo occorre considerare anche alcuni fenomeni particolari che, sovente, possono essere un vantaggio/svantaggio. Almeno l’80% delle opinioni sull’altro, infatti, si formano durante i primi 4 minuti di conversazione. L’efficacia della comunicazione, inoltre, è ripartita tra il 55% dei movimenti del corpo, in primis espressioni facciali, il 38% vocale, ovvero volume, tono e ritmo e il restante 7% verbale. Tale ripartizione costituisce una verità assodata da tempo.

La mimica è sicuramente una parte importante nella CNV e non riguarda solo le espressioni del viso e le emozioni universali. Una parte della mimica si occupa, ad esempio, solo degli occhi e dello sguardo (pupillometria). La pupilla si dilata non solo a seconda della quantità della luce, ma anche a seconda dello stato emotivo.

Lo stesso Hess ha scoperto, ad esempio, che le pupille degli uomini e delle donne eterosessuali si dilatano quando vedono, rispettivamente, modelle o modelli e si contraggono quando notano una persona dello stesso sesso. Inoltre, l’aumento della dilatazione pupillare è correlato positivamente ad una attività di problem solving e che risulta massimo quando la persona giunge alla soluzione. Neonati e bambini hanno pupille più dilatate ed esse si dilatano maggiormente in presenza di un adulto, per risultare molto gradevoli e quindi per avere più attenzioni.

Lo sguardo risulta “rivelatore” grazie alla sclera e l’uomo è l’unico primato che la possiede. Essa è un vero ausilio comunicativo e consente di capire in quale direzione guardiamo, oltre ad essere correlata con lo stato emozionale. La donna possiede una sclera più grande e ciò potrebbe giustificare la maggior predisposizione femminile nel cogliere i sentimenti, rispetto all’uomo.

Un altro indicatore è l’occhiata a distanza. Un’occhiata a distanza è un atto usato sin dall’antichità come espressione di un saluto. È un gesto universale, tra l’altro, riscontrato anche nelle scimmie! L’unica cultura che non usa tale tipo di saluto è quella giapponese. Un’occhiata a distanza significherebbe: “riconosco la tua presenza e non rappresento una minaccia”.

Un altro “gesto” comune che si può notare è il battito delle palpebre.

È un altro segnale da tenere sotto controllo. Mediamente, battiamo le palpebre circa 8 volte al minuto e i nostri occhi rimangono chiusi per un decimo di secondo. Aumenteremo il battito quando ci sentiamo sotto pressione o anche quando diciamo una bugia. Inoltre, prolungare il battito palpebrale rappresenta un modo inconscio di escludere qualcuno davanti a noi, magari perché ci annoiamo o perché non di nostro gradimento!

Lo sguardo può essere utilizzato in tanti modi differenti. Se, ad esempio, desideriamo uno sguardo “ipnotico” e desideriamo anche “intimorire” qualcuno, ci converrà guardare al centro della fronte, tra gli occhi. Invece, guardare tra gli occhi e le labbra, durante una conversazione, può comportare un certo disagio nell’estraneo, a meno che non desideriamo creare intimità o comunicare intenzioni “romantiche”!

Tra gli altri atti non verbali distinguiamo:

 

Emblemi, ovvero atti non verbali condivisi da membri di un dato gruppo, cultura, classe:

  • Possono prendere il posto delle parole.
  • Sono consapevoli e intenzionali.
  • Sono elaborati dalle stesse aree cerebrali in cui viene prodotto il linguaggio.

 

Illustratori, collegati al discorso che si sta facendo:

  • Bacchette: accentuano ed enfatizzano.
  • Movimenti ideografici, che indicano la direzione del pensiero (es. muovere la mano davanti alla fronte per indicare uno stordimento).
  • Movimenti deittici: segnalano qualcosa o qualcuno (es. puntare il dito su persona o su un oggetto del nostro discorso).
  • Movimenti spaziali: descrivono una relazione spaziali.
  • Pantomime: indicano un’azione (es. portare le mani avanti per dire che abbiamo respinto qualcuno)
  • Movimenti pittografici: delineano la sagoma (es. quando descriviamo una persona in forma o sovrappeso).

Affect-display, movimenti dei muscoli facciali e corporei associati alle emozioni primarie.

Regolatori, gesti che mantengono e regolano l’alternarsi dei turni della conversazione:

  • Sono appresi in modo inconscio.
  • Segnali evidenti e meno evidenti (es. piede, gamba dx, sx).

Adattatori, utilizzati per soddisfare bisogni fisici o psichici (originariamente).

  • togliere un filo dalla giacca dell’interlocutore, pulirsi un lato della bocca, allontanare all’improvviso un bicchiere.
  • Gestione inconscia.

Il contatto fisico.

Il contatto fisico, durante un’interazione è fondamentale, sebbene sia fortemente influenzato dalla cultura di riferimento e dall’educazione. Gli uomini, percentualmente, utilizzano maggiormente il tatto rispetto alle donne, anche se si registrano numerose differenze a seconda dello status.

Secondo alcuni studi, la comunicazione tattile aumenterebbe la collaborazione, inoltre, creerebbe maggiore attivazione emotiva, empatia, sincerità, senso di appartenenza. Toccare lievemente uno sconosciuto creerebbe un legame minimo che predispone favorevolmente quest’ultimo verso di noi.

L’utilizzo strategico del tatto aumenterebbe il fascino, il tratto di dominanza, la determinazione e l’empatia.

La mano comunica molto. Gesticolare con il palmo verso l’alto, ad esempio, verrebbe codificato come un gesto non minaccioso. Il palmo verso il basso viene considerato, invece, come gesto autoritario. Attenzione anche al “dito puntato” mentre si gesticola.

La stretta di mano si è evoluta come segno per suggellare un accordo commerciale. Nell’antica Roma si usava la stretta all’avambraccio. Oggi, la stretta di mano è comune in tutto il mondo, anche in Giappone (inchino) e Thailandia (gesto preghiera). Si può distinguere, inoltre: la stretta del controllo, attraverso una presa al gomito, al braccio e alla spalla. Se non esiste un legame personale o emozionale con l’altra parte, usate solo la stretta di mano! Più è alta la stretta, sino alla spalla appunto, più la persona desidera controllare l’altro.

Nella comunicazione non verbale occorre fare molta attenzione ad altre variabili:

  • La personalità del soggetto.
  • L’ambiente in cui si svolge l’interazione.
  • Le circostanze dell’interazione.
  • La relazione con l’interlocutore.
  • Il clima emotivo dell’interazione.

Inoltre, sono molto importanti altri segnali: segnali d’ansia, di autoconforto, distraenti, fuga, fastidio, perplessità.

Segnali d’ansia:

  • Stropicciarsi le dita
  • Tremolio delle mani
  • Perdita del controllo della motilità fine
  • Sentire il bisogno di poggiarsi a qualcosa

Autoconforto:

  • Accarezzarsi
  • Abbracciare se stessi
  • Tenere stretto a se un oggetto
  • Accarezzamento di un lobo
  • Afferrare una mano con l’altra
  • Intrecciare le dita
  • Annodare i capelli

Distraenti e fuga:

  • Aggiustare gli accessori
  • Portare il sedere sul bordo della sedia
  • Orientare le gambe in direzione differente da quella del tronco
  • Avvolgere le gambe intorno alla sedia
  • Cambiare spesso posizione da seduti
  • Pestarci i piedi
  • Sollevare i talloni

Fastidio, perplessità:

  • Sfregarsi il naso
  • Sollevare la punta del naso
  • Grattarsi il naso
  • Togliersi qualcosa nella zona lacrimale
  • Spingere gli occhiali verso l’alto
  • Sollevare un sopracciglio con un dito
  • Grattarsi la fronte
  • Grattarsi la nuca
  • Grattarsi lo zigomo o la zona davanti all’orecchio
  • Spingere con il dito sotto il labbro inferiore
  • Togliersi ipotetiche briciole dall’angolo della bocca
  • Spingere la lingua contro le guance
  • Mordicchiare il labbro
  • Grattarsi con il dito o con una penna sotto il mento
  • Scalciare con la gamba accavallata è un modo per allontanare qualcosa
  • Sollevare il piede in segno di Stop
  • Portare un piede sotto la sedia

Possiamo identificare anche i gesti e le posture minacciose, come ad esempio:

  • Rimboccarsi le maniche
  • Tenere i pugni sui fianchi
  • Esibire simboli fallici
  • Stringere i pugni

Esistono, ancora, tantissimi segnali relazionali: Grooming: es. togliere un pelucchio di dosso all’altro, aggiustare il colletto, … Giocherellare con gli oggetti dell’altro. Comportamento speculare. Sincronia interattiva. Guardarsi le mani o le unghie è indice di noia. Appoggiare la testa sul pugno è un segnale relazionale di rifiuto.

Interessante anche la gestualità proveniente dalle braccia. Incrociare le braccia sembra in gesto innato. Le scimmie e gli scimpanzè lo usano quando temono in attacco. Alcuni studi evidenziano che quando ascoltiamo qualcuno e abbiamo le braccia incrociate, il nostro livello di apprendimento può drasticamente ridursi, inoltre, formuleremo giudizi più negativi sull’interlocutore. Se parlate ed incrociate le braccia, la vostra credibilità può ridursi sensibilmente. Anche in questo caso, forniamo un piccolo vocabolario:

  • Braccia al petto: nessuna intenzione di aprirsi né di lasciarsi avvicinare.
  • Braccia conserte e pugno chiuso: ostilità.
  • Braccia chiuse e presa delle braccia con le mani: insicurezza.
  • Braccia chiuse con pollici verso l’alto: chiusura ma stima di sé.
  • Tenersi un braccio mentre si sta in piedi, in situazioni di P.S. denota insicurezza, imbarazzo.
  • Negli uomini, si vede molto la posizione della «zip rotta». In tal caso, la persona teme degli attacchi frontali! A quanto pare, Hitler lo faceva per un senso di inadeguatezza sessuale!

Gestualità delle mani.

La mano umana ha 27 ossa ed è stato dimostrato che il cervello ha delle connessioni nervose con le mani come per ogni altra parte del corpo. I gesti con le mani ci rivelano anche informazioni sullo stato emozionale dell’altro. Gesticolare con le mani è un fatto culturale ma aiuta anche a comunicare e ricordare.

  • Sfregare i palmi: aspettative allettanti.
  • Le mani giunte: atteggiamento controllato.
  • Mani giunte in posizione centrale, quando seduti: chiusura, frustrazione.
  • Mani giunte a guglia: sicuro di avere le risposte giuste.
  • Mani giunte in posizione di preghiera: autocompiacimento, arroganza.
  • Appoggiare la testa sulle mani giunte: guardami!
  • Camminare con le mani dietro la schiena: posizione di potere, superiorità, sicurezza. Se provate questa posizione in situazioni di stress, potreste sentirvi più sicuri.
  • Mani dietro con presa del polso: frustrazione, autocontrollo. Più alta è la mano che afferra il braccio opposto, più frustrato e infuriato è il soggetto.

Gestualità con le gambe:

Battere o dondolare il piede denota il tentativo del cervello di scappare da un’esperienza. P. Ekman ha rilevato che le persone che mentono controllano poco la parte inferiore del corpo! Le punte dei piedi, sovente, indicano la direzione che preferiamo o «dove vogliamo andare». Mentre braccia e gambe incrociate, quando siamo in piedi, denotano spesso incertezza. Le gambe possono essere incrociate in modalità “europea” o femminile o in modalità a “quattro americano”, più maschile. Quest’ultimo modo denota anche un atteggiamento competitivo, dominante e polemico. Occorre considerare anche altre sottigliezze. Ad esempio, una persona che sta decidendo ha solitamente i piedi appoggiati a terra, mentre se incrocia le caviglie, potrebbe significare che si sta trattenendo (sentimento negativo, di incertezza, paura, …).

Come si desume, abbiamo quindi un vocabolario molto speciale e articolato. Indipendentemente dal contesto comunicativo e dalle persone, cercate sempre e comunque di affinare l’osservazione e di concentrarvi sul non verbale. Tra le parole e i gesti, affidatevi maggiormente a questi ultimi.

 

Un VIRUS mette Ansia e non Paura

In periodi particolari, come quello odierno, fare chiarezza diventa obbligatorio, soprattutto per contenere il vissuto ansiogeno e frustrante delle persone, di tutti noi.

Quello che viviamo, oggi, è sicuramente un periodo di forte ansia più che paura.

La paura è un’emozione universale e, in talune occasioni, potrebbe essere addirittura un “dono”. Nella paura si ha la percezione della fonte del pericolo. Potremmo anche non essere in grado di affrontare tale pericolo, ma conosciamo comunque l’origine; potremmo addirittura credere di poter avere il controllo di una certa situazione, pur se minimo. Alla paura possiamo reagire e lo facciamo con il meccanismo atavico “Fight, Flight, Freeze”. Possiamo, quindi, reagire combattendo, oppure scappando o ci rimane l’alternativa di uno stato di congelamento, immobilità, attendendo che la fonte del pericolo passi al più presto.

La paura è di fatto gestibile, sempre che non si trasformi, ovviamente, in una fobia. La paura è quindi in stretta connessione con un oggetto definibile. Ad esempio, tutti coloro che sono “scappati” dal Nord, raggiungendo magari le proprie famiglie al Sud, lo hanno fatto per paura e lo hanno fatto, probabilmente, anche perché non avevano ben chiara l’emozione di base che stavano provando!

Non è così con l’ansia.

L’ansia è in rapporto con una minaccia non quantificabile, che non ha un’origine chiara e definita. Intensità, direzione, movimento non sono certe. L’ansia è una paura senza oggetto.

Ansia deriva dal latino angere (stringere) ed è uno stato di apprensione, oppressione, legato ad un senso di soffocamento, incertezza, allarme che si presenta anche, in assenza di un pericolo oggettivo. Il controllo che possiamo avere, se pur minimo, in una situazione che genera paura, svanisce in una situazione ansiogena. Ed è proprio quello che stiamo effettivamente provando in questo periodo.

Quello che viviamo oggi è una pandemia, come la definiscono gli esperti. Da greco pan-demos, “tutto il popolo”. È una malattia epidemica che si diffonde rapidamente su larga scala e che coinvolge una percentuale significativa della popolazione mondiale.

Un virus non è una cosa visibile, non rappresenta una minaccia quantificabile. Un virus non crea paura, ma genera ansia!

Il vissuto ansiogeno diventa estremo ed aumenta esponenzialmente anche attraverso le ansie dell’altro, del familiare, dell’amico, del conoscente che magari posta sui Social notizie, articoli, immagini, con lo scopo principale di esercitare un minimo controllo, di trasformare, se pur inconsciamente, l’ansia in paura, plasmando magari un oggetto indefinito in qualcosa di definibile. La cosa però non funziona ed è alquanto vana.

L’incertezza così aumenta: “sono sicuro che se mi mantengo alla distanza di 1 metro non verrò infettato? Sono sicuro che la mascherina che utilizzo sia sufficiente? Sono certo che lavarmi le mani bene possa scongiurare ogni contagio? È vero che la trasmissione avviene solo per contatto diretto? In fondo, neanche gli esperti riescono a dare risposte certe ed esaustive … Tale sovraccarico di domande e di incertezze alimentano l’ansia e al contempo il senso di impotenza.

È naturale allora, innanzi ad un evento così ansiogeno, reagire con altri sentimenti ed emozioni, tra ragione e sentimento: la speranza è tra questi. Davanti alla paura, la speranza serve a poco, ma nell’ansia diventa quasi vitale! “La speranza è il solo bene che è comune a tutti gli uomini, e anche coloro che non hanno più nulla la possiedono ancora”.

Oltre che a sperare, però, cercate di gestire l’ansia e non la paura(continua) …

Che cos’è la Bloodstain Pattern Analysis

La BPA è lo studio della dimensione, forma, volume, direzione e distribuzione di una traccia ematica ritrovata sulla scena del crimine e la sua funzione, come quella di altre discipline forensi, è quella di delineare al meglio tutto ciò che è accaduto sulla scena del crimine.

Una macchia di sangue può fornire una serie di informazioni relativamente a:

  • Direzione di movimento della vittima/assalitore.
  • Punto di convergenza e origine della traccia.
  • Tipologia e velocità dell’arma utilizzata.
  • Numero di colpi inferti.
  • Informazioni su assalitore destro o mancino.
  • Posizione e movimenti relativi della vittima e assalitore.
  • Tipo di ferita che ha originato l’emissione della traccia ematica.
  • Quando è stato commesso il crimine.
  • Se la morte è stata immediata o meno.

L’analisi di una traccia ematica si basa sull’assunto che il sangue, come tutti i fluidi, reagisce all’azione di forze esterne sempre nella stessa maniera, risultando in tal modo in un pattern prevedibile e ripetibile.

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Il sangue è considerato un liquido colloidale (cioè contiene al suo interno una parte liquida e una corpuscolata) e normalmente è rappresentato nella misura di 5-6 litri negli uomini e 4-5 nelle donne. Una emorragia del 40% della nostra massa sanguigna può portare ad un grave shock ipovolemico e potenzialmente alla morte.

Come tutti i liquidi, anche il sangue sottostà ad una importante legge della fisica: la tensione superficiale.

La tensione superficiale è definita come il lavoro unitario che è necessario ad aumentare la superficie occupata dal liquido di una quantità unitaria, quindi per liquidi differenti si osserva una tensione superficiale differente. Soprattutto, la tensione superficiale si esercita a livello dell’interfaccia di separazione tra il liquido e la superficie con cui il liquido interagisce, pertanto differenti tipologie di superficie eserciteranno una tensione diversa.

Oltre alla tensione superficiale, altre forze esterne come la gravità, la resistenza dell’aria e la velocità di eiezione agiranno di concerto nel far assumere ad una goccia di sangue dei pattern caratteristici e riproducibili volta per volta, quindi analizzabili.

2.2 Classificazione delle tracce ematiche.

Possiamo generalmente distinguere le tracce ematiche in base alla velocità in 3 categorie: le macchie con velocità di impatto bassa, media e alta; LVIS (Low Velocity Impact Spatter) MVIS (Medium velocity) e HVIS (High velocity).

La distinzione in categorie si opera determinando semplicemente la grandezza della traccia ematica e precisamente:

  • LVIS= 4 o >4 mm.
  • MVIS= 1-4 mm.
  • HVIS= < 1 mm.

Naturalmente le varie tipologie di macchie saranno molto spesso di categorie miste, ragion per cui il criterio osservato nella classificazione di una traccia ematica sarà basato sulla dimensione preponderante che si osserva in un pattern rintracciato sulla scena del crimine.

Un esempio di traccia a bassa velocità è quella generata da un gocciolamento semplice; la traccia a velocità media quella causata da un trauma contusivo che genera una fuoriuscita di sangue e quella ad alta velocità da un’arma da fuoco o esplosivo che determinerà la proiezione di minute goccioline a velocità molto elevata, simile ad uno spruzzo.

Le tracce cosiddette passive a loro volta si distinguono in:

coagulo, gocciolamento, flusso, pozza.

Le tracce per trasferimento si distinguono in: tipo pattern swipe (risultante da una superficie bagnata di sangue che viene a contatto con una asciutta), wipe (risultante da una superficie asciutta che viene a contatto con una insanguinata).

Le tracce proiettate si distinguono in: schizzo arterioso, da contatto con altro oggetto, da spruzzo, espettorato.

Nella categoria miscellanea includiamo: da azione per forza capillare, da insetti (che vengono a contatto con il sangue e lo trasportano in giro), Void pattern da effetto vuoto (quando un oggetto/corpo viene investito da uno schizzo di sangue e pertanto crea un effetto maschera).

E’ palese che nella normale routine ci si trovi di fronte costantemente una scena del crimine che riporta una moltitudine di tracce differenti, per cui sarà necessaria una attenta e lunga azione di repertazione ed interpretazione di ogni singola categoria. Le tracce ematiche limpide e delineate sono difficili da reperire e la norma è costituita da una difficile mescola fra tanti pattern differenti.

Passiamo adesso a descrivere nel dettaglio alcuni tipi di traccia ematica.

Le tracce passive più semplici da distinguere sono quelle causate da un normale gocciolamento, come ad esempio può accadere da un banale taglio di un dito che gocciola su una superficie dura: pavimento, tavolo, vetro, ecc..

La traccia da trasferimento a pattern è una delle più comuni da trovare a causa della natura adesiva del sangue, per cui un oggetto contaminato tenderà a sporcare facilmente qualsiasi altra superficie/oggetto con cui verrà a contatto, anche se fugacemente e in maniera superficiale ed incompleta, riproducendo in modo spesso completo la sua forma.

Molto spesso la traccia residuata sarà molto chiara e suggestiva, tale da far risalire immediatamente all’arma che l’ha prodotta o all’oggetto che l’ha impressa.

Discorso a parte meritano le tracce Swipe e Wipe.

Le tracce cosiddette Swipe sono quelle prodotte da un oggetto insanguinato che viene a contatto con un altro oggetto o superficie grazie ad un movimento laterale, tangente.

Invece le tracce Wipe sono quelle in cui un oggetto o superficie asciutta viene a contatto, con un movimento laterale, con un oggetto bagnato di sangue, causando una parziale asportazione della traccia originariamente presente sul primo oggetto.

Le tracce da proiezione sono frequentemente originate da ferite agli arti, con fuoriuscita rapida e ad alta pressione, creando un pattern ad arco, rispecchiando la spinta pressoria che le genera, normalmente da sangue arterioso. Il più tipico pattern da ferita arteriosa riflette infatti l’aumento e la caduta di pressione in un andamento simil sinusoidale o zig-zag, o ondulante.

Un aspetto molto interessante è quello assunto da gocce di sangue miste ad espettorato, quindi eiettate insieme a colpi di tosse, o fuoriuscita di materiale ematico ad alta pressione dalla bocca, naso o dalle vie aeree. Questo vuol dire che il sangue proveniente dalle vie aeree in questione sarà misto ad aria e spinto nell’ambito di un atto respiratorio. Da questa commistione il sangue sarà “rotto” in goccioline minuscole, analogamente all’azione creata da uno spray. Spesso, all’interno delle gocce di sangue, si noteranno minute “bubble rings”, anelli vuoti creati dall’aria contenuta nel materiale ematico, oppure tracce di muco e saliva. Da tener presente che il pattern creato dall’espettorato può mimare uno schizzo da esplosione e può trarre in inganno.

Nell’ultima categoria che prendiamo in considerazione, una menzione a parte merita la void pattern, cioè la traccia prodotta per effetto maschera o effetto cosiddetto fantasma. Questo tipo di traccia è quella generata quando tra la superficie di impatto finale e il materiale ematico si frappone un oggetto o individuo, a volte rimosso prima del ritrovamento. E’ il caso in cui, ad esempio, da una superficie imbrattata di sangue, come un tavolo, vengono rimossi alcuni oggetti che lasceranno dei vuoti laddove erano originariamente poggiati, lasciando delle aree vuote che riprodurranno la loro forma originaria.

2.3 Dinamica.

Esaurito il discorso sulla classificazione, andiamo a considerare la dinamica delle tracce ematiche e le tecniche di repertazione. Quando una goccia di sangue cade dall’alto interagisce lungo il suo percorso con l’attrito dell’aria e, nell’attraversare il mezzo, la sua forma cambierà rapidamente e frequentemente da quella originariamente sferoidale a quella ovoidale, proprio per l’azione dell’aria. Questo accade in condizioni idealmente ottimali, laddove la goccia cada in linea retta, senza incontrare ostacoli lungo il percorso e senza che altri fattori interferiscano, come può accadere in presenza di vento, pioggia o altro ancora.

Quando si verifica l’evento più comune appena descritto, la goccia che impatta su di una superficie, cadendo in linea retta, riprodurrà un pattern perfettamente circolare con l’eventuale presenza di minute goccioline satelliti, causate dall’impatto con la superficie stessa.

Se, invece, la goccia viene eiettata con un angolo differente dai 90°, l’impatto produrrà una morfologia differente, elongata e con aree satelliti o code che saranno orientate secondo la direzione dell’impatto.

La direzione delle codine indicherà la direzione delle gocce, per cui quanto più la forma sarà ellittica, tanto più sarà facile distinguere la direzione.

Per identificare l’angolo di impatto, invece, si dovrà applicare una semplice formula matematica: il seno inverso del rapporto dato dalla misura dell’asse maggiore dell’ellissi diviso la misura dell’asse minore.

Dall’interpolazione di queste informazioni riguardanti la direzione e l’angolo di impatto si potrà ricavare, non senza difficoltà inerenti ai singoli casi, il punto di origine della traccia ematica.

Una considerazione ancora va fatta per chiarire le dimensioni che assume la traccia in dipendenza dell’altezza da cui cade. Esattamente, il diametro della traccia aumenta all’aumentare dell’altezza da cui la goccia precipita.

Un’ultima doverosa riflessione merita l’effetto del tempo sulle tracce ematiche: ricordiamo, infatti, che il sangue coagula abbastanza rapidamente, quindi una goccia inizialmente fluida assume la caratteristica di coagulo dopo appena 12-13 minuti, alterando in parte l’iniziale morfologia e la possibilità di creare pattern di tipo swipe-wipe.

Tutto ciò va considerato nella visione di insieme durante le attività di repertazione sulla scena del crimine, creando uno scenario il più delle volte estremamente complicato e difficilmente riconducibile alla semplificazione trattatistica e agli elementi qui esposti.

Le varie tipologie di pattern ematici si modificano considerevolmente in relazione alle differenti tipologie di superfici, alla temperatura, agli eventi atmosferici e alle contaminazioni di vario tipo (insetti, liquidi, polveri, ecc), contribuendo a rendere molto difficile l’intervento degli esperti sulla scena.

2.4 Repertazione delle tracce ematiche.

La documentazione delle tracce ematiche ritrovate su una scena del crimine riveste un ruolo di primo piano nell’avvio delle indagini e nella strutturazione delle stesse.

Si può facilmente comprendere, infatti, come sia di vitale importanza la conduzione di una refertazione che sia la più minuziosa e dettagliata possibile.

Gli scopi della documentazione sono molteplici, tra cui quello di fornire delle prove oggettive in sede dibattimentale, quello di permettere una analisi conducibile a posteriori e ripetibile ma soprattutto quello più semplice ed immediato: registrare con chiarezza e indiscutibile oggettività la scena nella sua integrità.

Una corretta documentazione consentirà di evitare degli artefatti in sede di analisi e di fornire una prova incontrovertibile e che non sia oggetto di valutazioni soggettive. Quindi la corretta repertazione non deve essere sottovalutata ma al contrario enfatizzata sempre.

Sulla scena del crimine, pertanto, l’osservazione precede sempre e in maniera inevitabile tutte le fasi susseguenti. L’analista che interviene sulla scena di un delitto dovrà innanzitutto osservare tutte le componenti costitutive al fine di programmare correttamente le azioni successive.

Possiamo schematicamente scomporre le fasi della documentazione in quattro successive azioni: la raccolta di materiale, la fotografia delle tracce ematiche e una registrazione video, un disegno dell’ambiente e delle tracce, il rapporto scritto.

La raccolta deve essere condotta con attenta precisione per evitare di consegnare agli analisti di laboratorio dei campioni che non siano utili ai fini dell’indagine o della diagnosi da condurre.

Una delle cose più importanti è il riconoscimento di specifici pattern di traccia ematica, in quanto è facilmente comprensibile come il mancato riconoscimento di una tipologia di traccia può inficiare tutto l’apparato di indagine e fuorviare gli indirizzi intrapresi dagli investigatori. Ogni traccia deve essere etichettata in maniera utile e univoca in maniera da correlarla direttamente in futuro.

La raccolta deve essere condotta anche in modo quantitativo oltreché qualitativo, per cui è necessario e imprescindibile disporre di una quantità sufficiente di sangue o reperto qualsivoglia da consegnare poi in laboratorio. In mancanza di questa semplice condotta ogni sforzo del laboratorio sarà reso vano.

Purtroppo, non esistono degli standard sui metodi di raccolta, che differiscono da organizzazione e organizzazione nei vari Paesi del mondo, ma il buon senso suggerisce comunque di rapportarsi in maniera diretta con gli analisti in caso di situazioni dubbie e in ogni caso raccogliere sempre abbondante materiale da ogni porzione di area indagata.

Indipendentemente dal metodo utilizzato l’imperativo è quello di evitare le contaminazioni in fase di raccolta. Per evitare che ciò succeda è consigliabile seguire alcune semplici ma fondamentali raccomandazioni: usare sempre guanti nuovi e cambiarli frequentemente quando si viene a contatto con diversi tipi di traccia; usare bisturi e rasoi monouso per lo scraping delle tracce secche; usare tamponi sterili o siringhe e pipette per raccogliere qualsiasi tipo di reperto liquido, cambiando sempre il bisturi o la pipetta tra una traccia e l’altra.

(…)

FONTE:

MIRCO TURCO, GIUSEPPE LODESERTO, MARIA ROSARIA BRUSCELLA (2016). CRIME ANALYST, ASPETTI PSICOCRIMINOLOGICI E INVESTIGATIVI, PRIMICERI EDITORE, 2016.

Il volto e il Sistema FACS

Il volto è la maggiore fonte di informazione. “Esso è direttamente collegato a quelle zone del cervello che intervengono nelle emozioni … Quando nasce un’emozione, i muscoli facciali si attivano in maniera automatica. È solo per abitudine o per scelta volontaria che impariamo a impedire queste espressioni, creando un modo più o meno efficace di nasconderle. L’espressione iniziale che si affaccia in concomitanza con l’emozione non è scelta deliberatamente, a meno che sia falsa. La mimica facciale è un sistema duplice, volontario e involontario, capace di mentire e di dire la verità, spesso contemporaneamente. È per questo che le espressioni del volto possono essere così complesse, ambigue e affascinanti” (Ekman P., 1989, pag. 64).

Il volto può mostrare, oltre all’emozione che si sta provando in uno specifico momento, anche la intensità o eventuale mescolanza e commistione con altre emozioni. Se le espressioni emotive sul volto possono essere palesi, almeno quelle principali, più difficoltà incontriamo per codificare e decodificare le microespressioni. Una microespressione, infatti, “passa sul viso” in meno di un quarto di secondo.

Al pari, degne di nota sono le espressioni soffocate: non appena un’espressione emerge sul viso, il soggetto sembra accorgersi di quello che rischia di manifestare e l’interrompe bruscamente. Se non si può ordinare a un muscolo un’espressione fittizia, allora sarà difficile anche inviargli un messaggio di “stop” per bloccarlo quando un’emozione autentica lo mette in azione. La fronte è la sede principale dei movimenti muscolari più difficili da falsificare. Inoltre, il sorriso è la copertura o maschera più comune.

Gli Occhi sono un altro elemento oggetto e soggetto di osservazione. Possono palesare attenzione, serenità, sorpresa, ecc. Esistono alcuni cambiamenti prodotti dai muscoli che circondano il globo oculare e che andrebbero osservati criticamente. Questi muscoli modificano la forma delle palpebre, la quantità di iride e di bianco visibile, l’impressone generale della zona occhi. Inoltre, è relativamente facile muoverli o inibirli.

Grande attenzione andrebbe data, inoltre, alla direzione dello sguardo ma occorre intelligente cautela nel considerare il cambiamento di direzione come indicatore di verità o menzogna.

L’ammiccamento può essere eseguito volontariamente, spesso, quando la situazione è tesa, ma è anche una risposta involontaria.

Le pupille si dilatano con l’emozione (non esistono vie nervose volontarie che permettono di riprodurre tale variazione, così come pallore, sudorazione, …). Anche la luminosità incide, ovviamente, sulla dilatazione pupillare.

Possono essere considerati indicatori di inganno: l’asimmetria, la scelta di tempo, la collocazione nella conversazione.

Nell’asimmetria le stesse azioni compaiono nelle due metà del viso, ma sono più intense in una che nell’altra. Non vanno confuse con le espressioni unilaterali.

Nella mimica volontaria/involontaria, infatti, entrano in gioco circuiti nervosi differenti. Gli emisferi cerebrali dirigono i movimenti volontari del viso, non quelli involontari che sono generati dai centri inferiori, più primitivi del cervello.

Se molte espressioni del viso sono asimmetriche è probabile che non siano sentite.

Le espressioni di lunga durata (>5’’) sono probabilmente false, a meno che non si tratti di esperienze limite (culmine estasi, rabbia furiosa, depressione, …).

La durata dell’espressione di pochi secondi indica, invece, autenticità. Ad esempio, se la sorpresa è autentica, tutti i tempi (attacco, stacco e durata totale) devono essere inferiori al secondo. Se la mimica dura più a lungo, si tratta di sorpresa finta.

Una determinata espressione emotiva deve essere coerente rispetto al flusso di un discorso, inoltre, espressioni del viso non sincrone sono probabili indizi di falso.

Il senso delle espressioni del viso si capisce bene da quanto riportato e dal filone di studi di Ekman[1].

“Le nostre esperienze ancestrali non ci hanno preparato ad essere astuti cacciatori di bugie. Coloro che hanno una migliore disposizione a cogliere le menzogne avrebbero avuto ben pochi vantaggi ai tempi dei nostri antenati, nei quali la promiscuità e la società chiusa e di piccole dimensioni conferivano alla menzogna dei costi sociali e personali molto alti. Nelle moderne società industrializzate le opportunità di ingannare sono tantissime e l’intimità è una facile conquista, perché ci sono molte porte chiuse. Quando un inganno viene rivelato, le conseguenze non sono poi così disastrose, visto che è sempre possibile cambiare città, lavoro, moglie: la nostra reputazione danneggiata non ci segue. Per questa ragione viviamo in un contesto che incoraggia la menzogna, dove è possibile nascondere l’evidenza e dove la necessità di sapersi difendere dagli inganni è molto alta. Tuttavia, non siamo stati preparati dalla nostra storia evolutiva ad essere sensibili agli indizi comportamentali che potrebbero rivelare una bugia.” [2]

Come esseri umani abbiamo quindi un naturale repertorio che può essere analizzato con una certa attenzione (Turco M., Lodeserto G., 2016).

Se la probabilità di distinguere la verità da una menzogna è pari a circa il 50%, la conoscenza di tecniche e metodi di analisi verbale e non verbale, aumenta di molto la nostra probabilità di “cogliere nel segno”.

Secondo Ekman osservatori addestrati a cogliere gli indizi presenti sul volto, sono in grado di individuare l’inganno con un 70% di accuratezza, che può arrivare fino al 100% se vengono tenuti in considerazione anche la gestualità e i movimenti del corpo. Tali conoscenze possono avere applicazione pratica ai fini delle investigazioni e quindi della Sicurezza? Secondo le ricerche disponibili sarebbe possibile capire anche se una persona è pericolosa o meno affidandosi alla sola osservazione. In America, ad esempio, il sistema Transportation Security Administration (TSA) è costituita da numerosi ufficiali addestrati a cogliere comportamenti sospetti o anomali tra i passeggeri. Questi esperti sono inclusi all’interno di un programma, chiamato Screening Passengers by Observation Technique (SPOT), in cui la metodologia impiegata per l’individuazione delle persone potenzialmente rischiose è l’osservazione.

Anche in Israele esistono persone altamente specializzate che si occupano di Sicurezza “solo” tramite lo strumento dell’osservazione, “inoltre, sarebbe fattibile un’analisi delle così dette “vitality forms”, che sono espressione dinamica del nostro “stato interno” (Teoria della Mente). Ogni componente del movimento, infatti, ha un suo tempo, una forza, una direzione, uno spazio. Osservando tali componenti, l’osservatore capirebbe lo stato mentale di chi compie l’azione”[3].

[1] Si legge in Ekman:“L’investigatore sa per certo che ha piazzato una bomba in una chiesa frequentata da neri, ma non sa in quale, e l’arrestato rifiuta di rispondere alle domande. Ma la sua microespressione di gioia quando sente il nome di una chiesa che il FBI sta per perquisire rivela che quello è un indirizzo sbagliato, mentre una microespressione di rabbia al nome di un’altra chiesa suggerisce che è lì che ha piazzato l’ordigno”.

Simile procedura è in uso in medio oriente per scoprire dove sono nascosti armi o ordigni esplosivi.

[2] Il Prof. Mark Frank dirige il Dipartimento universitario di Scienze comportamentali dell’Università di Buffalo (New York), è consulente di Scotland Yard e di molte altre unità investigative internazionali, oltre a far parte dell’Unità Comportamentale del FBI.

[3] Turco M., Lodeserto G. (2016). Visual Sentiment Analysis. Nuove prospettive per la Cybersecurity. In IISFA Memberbook, pag. 103 e segg. Forlì, 2016.

Crimini e nuove Tecnologie

La protezione dei sistemi informatici è ormai oggi un grosso impegno, non solo economico, per molte aziende e pubbliche amministrazioni. I sistemi informatici gestiscono ormai miliardi di dati e quindi miliardi di segreti industriali che, ovviamente, devono essere protetti e opportunamente gestiti. Il mondo di internet ha aperto, oltre a vantaggi palesi, anche migliaia di nuove problematiche proprio legate al concetto di sicurezza aziendale. Ogni organizzazione oggi possiede (dovrebbe possedere) una vera policy di sicurezza al fine di combattere attacchi interni ed esterni (inside e outside attack).
Esistono sostanzialmente due fronti di quello che è conosciuto come computer crime: gli hacker e gli insider.
Gestire la sicurezza aziendale oggi non è compito facile proprio in virtù delle molteplici minacce e della complessità intrinseca della materia.
Da un punto di vista teorico e pratico un sistema può essere considerato sicuro quando riesce a soddisfare alcuni principi:
• confidenzialità: accesso ragionato e protetto delle informazioni;
• disponibilità: possibilità di accedere ai dati;
• integrità: considerare il dato integro.

I crimini aziendali interni (insiders) sono molto insidiosi anche perché difficilmente denunciati alle polizie, al fine di proteggere l’immagine aziendale.
Gli attacchi inside comportano:
a) un danno primario: divulgazione dati sensibili
b) un danno secondario: perdita di immagine
Tali danni comportano ovviamente problematiche finanziarie.
Alcune ricerche condotte anche a livello internazionale mostrano che i crimini inside sono sostanzialmente maggiori rispetto a quelli outside e che, paradossalmente (ma non troppo) esiste poca consapevolezza e percezione del crimine/reato informatico.
Gli autori dei crimini informatici interni sono, inoltre, difficilmente rintracciabili ed hanno conseguenze allarmanti per tutte le organizzazioni. E’ importante sottolineare che il computer altera sostanzialmente la percezione del crimine (tecno-mediazione).
Alcuni modelli di criminal profiling e le indagini relativi evidenziano che la maggioranza di crimini inside è fatta da dipendenti celibi, di sesso maschile, con un’età di circa 30 anni. Le ragioni spesso sono: difficoltà finanziarie personali o familiari, vendette, insoddisfazioni lavorative (retribuzione, clima lavorativo, …), sensazione di non essere sufficientemente apprezzato dall’azienda, disturbi psichiatrici.
Ai fini della prevenzione e della lotta a tale criminalità, oltre ai riferimenti normativi (legge sul computer crime, privacy, …) occorre operare attraverso opportune strategie di analisi dei rischi e tramite una opportuna formazione tecnica, legale e psicologica. In ogni caso, il fattore principale di rischio è sempre quello umano!

L'ottimismo del diavolo - Mirco Turco

L’Ottimismo del Diavolo

L’Ottimismo del Diavolo, il romanzo di Mirco Turco, psicologo leccese, pubblicato da Primiceri Editore, uscito in luglio 2019, sembra già aver colpito nel segno.

Definito già da molti lettori un thriller imperdibile, sorprendente e geniale, da “divorare” in pochissimo tempo. La critica lo incornicia come un giallo che soddisfa tutti i requisiti (cosa non facile) con stile ironico e ottime capacità espressive dell’autore che mostra, al contempo, stile accattivante e originale. C’è chi sostiene, invece, che nel romanzo ci sia tutto il DNA puro dell’autore, un autentico esploratore dell’animo umano e del comportamento, capace di trasformare le sue grandi conoscenze psicologiche e criminologiche ini scrittura romanzata.

L’Ottimismo del Diavolo è, insomma, un libro da leggere, se non fosse anche per la prima recensione fatta dalla nota Criminologa Roberta Bruzzone, che parla di un “imperdibile viaggio nella parte più oscura e profonda dell’animo umano che è presente in ognuno di noi magistralmente descritta da Mirco Turco. La trama è una continua sfida che rende inevitabile affrontare i peggiori demoni interiori che popolano la vita del protagonista. Un libro imperdibile”.

I personaggi e le storie del romanzo di Mirco Turco sono, di fatto, reali, con opportuni camuffamenti e sfumature fantasy, mentre gli scenari sono descrizioni realistiche di zone e Paesi conosciuti e visitati: dalla Sardegna, all’Europa dell’est, sino alla Francia.

Mirco Turco lo descrive come un romanzo terapeutico, poiché ricco di tematiche che possono riguarda tutti e pregno di riflessioni, tra psicologia, terapie, ipnosi, filosofia e simbolismo. Non è un caso che si faccia riferimento a Jung, Hillman, Erickson, Carotenuto, …

È un libro ugualmente misterioso e affascinante e si presta a riletture poiché cela, sapientemente, particolari non casuali che potrebbero sfuggire al lettore. Quindi, un vero invito all’investigazione!

Il titolo è apparentemente casuale. Deriva, infatti, dalla lettura di una frase dello scrittore K. Kraus, il quale affermava: “Il diavolo è ottimista se pensa di poter peggiorare gli uomini”. Qui, il senso dell’intero romanzo, ma non solo, soprattutto considerando un finale sorprendentemente imprevisto e retroscena inaspettati.

L’Ottimismo del Diavolo è dunque un “vero gioiello” come sostiene qualcuno, un libro da leggere con oculata attenzione, mentre qualcuno sospetta che il dottor Daimon, apparente protagonista del romanzo, sia molto simile allo stesso autore. Il diavolo sembra essere proprio nei dettagli e l’autore sembra sicuramente saperne una più del diavolo!

L’ottimismo del Diavolo

Romanzo, Thriller

Le rapine mediante IPNOSI

Investigazione e Analisi in materia di Rapine mediante Ipnosi: riflessioni cliniche e forensi.  

“Una definizione di ipnosi non è semplice o, probabilmente, sarebbe alquanto pragmatico partire da ciò che non è ipnosi … “ (Turco, 2011). L’ipnosi non rappresenta un fenomeno suggestivo e non è neanche una semplice alterazione dello stato di coscienza. “È una forma elettiva di comunicazione profonda e autentica, attraverso la quale la persona accede più facilmente a parti di sé altrimenti sopite, taciute, strategicamente velate.”. (Turco, 2011). Da Braid, alle precisazioni psicosomatiche, da Freud a Fromm, da Erickson sino ai recenti contributi di neuropsicologia.

Lo stato ipnotico è una realtà neurofisiologica che non può essere ottenuta ne’ con l’immaginazione guidata ne’ tanto meno con la simulazione controllata. I dati raccolti derivano da osservazioni umane, strumentali indirette (EEG), e strumentali dirette (neuro- imaging, PET, risonanza magnetica, ecc.).

Così si esprime M. Erickson, il più grande ipnotista moderno: “In quei momenti le persone (…) tendono a fissare lo sguardo (…) possono chiudere gli occhi, immobilizzare il corpo, reprimere certi riflessi e sembrano momentaneamente dimentiche di tutto ciò che le circonda, sino a quando non abbiano completato la loro ricerca interiore” .

Durante una qualsiasi induzione ipnotica si assiste, in effetti, ad una serie di cambiamenti dei parametri fisiologici: respirazione, pulsazioni cardiache, conducibilità elettrica della pelle, ecc e si possono produrre con una certa frequenza alcuni fenomeni tipici: regressione; amnesia; analgesia; anestesia; comportamento automatico; dissociazione; catalessi; allucinazioni; ipermnesia; risposte ideomotorie e/o ideosensorie; distorsione del tempo.

In generale, in base alla “profondità della trance” si possono distinguere:

  • stati ipnoidi (pesantezza, rilassamento, chiusura delle palpebre);
  • trance leggera (catalessi);
  • trance media (amnesie, anestesie, …);
  • trance profonda (amnesia e anestesia completa, sonnambulismo, allucinazioni).

Le difficoltà che si possono riscontrare nell’applicare l’ipnosi possono essere svariate, ma sovente, sono legate al rapporto tra ipnotista e ipnotizzato. In genere, infatti, tutti siamo ipnotizzabili, pur se si registra una percentuale di soggetti resistenti.

Altre difficoltà sono legate alla personalità del soggetto che si intende ipnotizzare e/o all’eventuale presenza di psicopatologie conclamate di tipo psicotico ( pur se esistono ricerche sull’ipnosi applicata con soggetti schizofrenici). L’alterazione dovuta a sostanze psicotrope è, inoltre, quasi sempre incompatibile con la tecnica ipnotica.

L’Ipnosi Forense.

Il velo di mistero dell’ipnosi è spesso giustificato dalla scarsa conoscenza del fenomeno, dalla difficoltà degli studi e delle applicazioni nel settore specifico e da problematiche inerenti alla legislazione italiana. L’attuale Codice di Procedura Penale non contiene riferimenti espliciti all’utilizzazione dell’ipnosi come mezzo probatorio, pur se la dottrina prevalente appare fondamentalmente “contraria” all’uso dell’ipnosi nell’interrogatorio dell’imputato o del testimone: “Non possono essere utilizzati, neppure con il consenso della persona interessata, metodi o tecniche idonei ad influire sulla libertà di autodeterminazione ovvero ad alterare la capacità di ricordare o valutare i fatti”.

Negli anni e in altri Paesi dove l’ipnosi è consentita nell’ambito forense, è stata applicata per:

  • riconoscere eventuali simulazioni di malattie;
  • ottenere confessioni;
  • suscitare ricordi;
  • indagare sulla volontà criminosa;
  • diagnosticare la capacità di intendere e di volere;
  • terapie in criminologia e in vittimologia.

L’uso della testimonianza mediante ipnosi ha facilitato, nella stragrande maggioranza dei casi, l’ottenimento di informazioni difficilmente raggiungibili con il semplice interrogatorio.

Anche la Polizia Israeliana ha stabilito l’ammissibilità come prova processuale delle deposizioni rese in stato di ipnosi.

Rimane quasi scontato precisare che l’ipnosi può essere solo utilizzata da personale altamente esperto e qualificato.

Tecniche di Ipnosi.

Ipnosi Ericksoniana Mirco Turco

Da un punto di vista prettamente operativo è possibile utilizzare due principali tecniche ipnotiche e tale distinzione è rilevante soprattutto per fare chiarezza sul fenomeno delle rapine mediante ipnosi:

  • l’ipnosi eriksoniana, conosciuta anche come ipnosi “dolce”;
  • l ‘ipnosi dinamica, o “attiva”, che si rifà agli studi di Stefano Benemeglio.

L’Ipnosi Eriksoniana, si basa essenzialmente sul “sovraccaricare” l’emisfero sinistro attraverso “confusione” con l’intento di renderlo spettatore silenzioso. In tal modo, la razionalità cede progressivamente passo alla parte inconscia. Tale tecnica utilizza in modo magistrale il linguaggio, specie di tipo metaforico. L’approccio Eriksoniano con i paradossi, le metafore, la confusione ha come scopo principale quello di cambiare il quadro di riferimento percettivo e cognitivo riassociando e riorganizzando le risorse del cliente.

L’Ipnosi Dinamica è, invece, un modello di ipnosi basato soprattutto sull’uso di segnali non verbali. Si considerano indispensabili tutti gli stimoli che aumentano la tensione nel soggetto.

Una volta calibrato il carico emotivo si può “spendere” tale potenziale per la risoluzione di alcuni problemi o patologie o per superare alcuni limiti.

La sicurezza dell’ipnosi è sancita e nota ormai da tempo, addirittura dal 1958 quando il Council of Mental Health of the American Association approvò l’ipnosi come pratica sicura e priva di effetti collaterali data la sua intrinseca natura fisiologica. L’ipnosi non è controproducente, non crea dipendenza, né provoca alcun tipo di problematica fisiologica e/o emotiva (International Society of Hypnosis ). Non si può rimanere intrappolati in un “sonno ipnotico” così come molti temono né è possibile compiere atti contrari alla propria moralità.

Le rapine mediante ipnosi.

Il fenomeno delle rapine mediante ipnosi pone delle questioni sostanziali in termini di conoscenza dell’ipnosi stessa e delle sue tecniche e anche in termini di impatto sociale.

Alcuni articoli giornalistici e testate online hanno riportato in passato titoli simili ai seguenti:

“Rapina con ipnosi: mostra l’ anello magico e porta via 10 milioni; Rapina con ipnosi al supermercato; Dopo aver ipnotizzato un impiegato gli hanno richiesto la somma di 500 euro, e si sono fatti pure ricaricare il telefonino; …”.

Uno studio interessantissimo su tale fronte è quello presentato da alcuni studiosi dell’università di Milano e pubblicati su International Journal of Clinical and Experimental Hypnosis (Clerici et all, 2009). Lo studio raccoglie i casi segnalati soprattutto dalla stampa nell’arco di svariati anni.

Di recente, mi sono occupato di condurre un’indagine esplorativa sul fenomeno rapine mediante ipnosi in Puglia. Il campione di riferimento è minimo (N=100). Emerge, sostanzialmente, come le persone intervistate conoscano il fenomeno ipnosi ma non ne sanno dare effettivamente una definizione precisa.

Il 63% del campione pensa, inoltre, che le rapine mediante ipnosi, siamo fattibili e possibili e che sono legate anche e soprattutto a grandi abilità dell’ipnotizzatore.

Interessante notare che i soggetti vittima di presunte rapine mediante ipnosi o che hanno avuto una testimonianza indiretta si riferiscono soprattutto a modalità non verbali di comunicazione, ad uso eccessivo della prossemica e all’utilizzo di suoni, parole, rumori senza apparente significato.

Le vittime parlano, inoltre, di confusione o paura derivante dalla situazione subita.

Si è chiesto poi, al campione di riferimento, se era possibile compiere mediante ipnosi anche altri crimini. L’87% delle persone intervistate ha risposto affermativamente.

Altre statistiche in tale ambito mostrano che in Italia si registrano circa 4 casi all’anno di rapine, truffe o furti perpetrati utilizzando tecniche ipnotiche. Nel 75% dei casi denunciati, i malviventi sono due.

Una prima riflessione in merito a tale fenomeno è legato al vissuto emotivo e al sovraccarico cognitivo della vittima di una rapina. Infatti, non occorre parlare necessariamente di stato di ipnosi per riferirci a reazioni quali “paralisi” o “obbedienza al rapinatore”. Tali reazioni, atteggiamenti e comportamenti sono conseguenze plausibili di un qualsiasi evento fortemente stressogeno o frustrante. L’altra riflessione è legata ai meccanismi di protezione dell’autostima. In effetti, può capitare che per evitare di dire di essere stati raggirati o truffati possiamo difenderci attraverso altre giustificazioni di tipo “magico” o comunque straordinario.

Analizzando la letteratura di riferimento, le indagini esplorative, i filmati presenti, le testimonianze dirette e/o indirette possiamo comunque specificare che le rapine o truffe perpetrate utilizzano modalità e tecniche che riguardano anche l’ipnosi ma che non costituiscono e non rappresentano l’ipnosi.

Una di queste tecniche è quella della confusione e del sovraccarico cognitivo. In modo quasi matematico, non possiamo gestire più di un certo numero di informazioni contemporaneamente, superate le quali andiamo in stress e confusione. La ripetitività ritmica di alcuni gesti non verbali e l’uso di un tono della voce variabile rinforzerebbe tale confusione.

Un’altra modalità può essere quella della rottura dello schema. “Rompere” o destrutturare una sequenza normale di azioni che compiamo per fare un qualcosa, indurrebbe la persona bersaglio a confondersi e a ricercare in modo immediato una soluzione a tale dissonanza e stress. La vulnerabilità diventa l’esito di tali manovre che non possono essere confuse però con l’ipnosi.

L’altro punto è l’utilizzo di “segnali forti” (dalla fisionomia, ad un profumo intenso, alla presenza di simboli come un anello vistoso, barba lunga, …). In tal senso, anche il fattore culturale ha il suo peso e la sua rilevanza.

Conclusioni.

L’Ipnosi è un metodo terapeutico riconosciuto e verificato sperimentalmente da oltre un secolo. In Italia non è però ancora molto conosciuto e praticato nonostante l’efficacia in ambito psicologico-clinico e medico.

L’ Art. 613 del codice penale punisce “chiunque mediante suggestione ipnotica … ponga una persona … in stato di incapacità di intendere e di volere …”. L’ipnosi non è però suggestione.

L’ Art. 728 del codice penale parla di “… stato di narcosi o ipnotismo … che sopprima la coscienza o la volontà … se dal fatto deriva pericolo per l’incolumità della persona …”. L’ipnosi non sopprime la coscienza né tantomeno la volontà delle persone.

Interessante il dialogo professionale e amicale tra alcuni esperti del settore in Italia (G.Gulotta e C. Loriedo, 2010): “L’ipnosi può servire per convincere una ragazza a venire a cena con te?”.

Erickson diceva: “Sì, ma un Martini è meglio”. “Certo, un Martini è meglio … e senza Bacco si raffredda Venere …”.

Certamente l’ipnosi in ambito forense potrebbe trovare le sue pragmatiche applicazioni soprattutto in ambito vittimologico e nel settore della psicologia della testimonianza. Diversi sono, infatti, i contributi sull’utilizzo dell’ipnosi e la memoria, pur evidenziando la natura ricostruttiva e non riproduttiva della stessa. Probabilmente, le questioni dovrebbero maggiormente concentrarsi, ad esempio, sulle così dette domande suggestive. Tali domande alterano la capacità di ricordare.

Recuperare un’informazione, un dettaglio, un elemento anche molto importante è legato a diversi fattori e quindi, probabilmente, dovremmo anche approfondire gli studi sull’intelligenza linguistica e dunque sulla effettiva preparazione di chi per mestiere, pone domande ai fini della ricerca della o delle Verità.

L’intervista cognitiva che riscontra molto successo in termini di ottenimento di informazioni è considerata ugualmente metodica che interferisce con la qualità e la quantità del ricordo? M. Erickson era solito, da piccolo salire su un albero per imparare le poesie. Aveva, dunque, costruito tale associazione. Anche questo dovrebbe rappresentare un esempio di “alterazione”. Ovvio e indubbio però il vantaggio!

 

Bibliografia essenziale.

 

Clerici, C.A., Veneroni L. et all. (2009). “Robbery by Hypnosis” in Italy: A Psycho-Criminological Analysis of the Phenomenon Based on 20 Years of Newspaper Articles (1988-2007). International Journal of Clinical and Experimental Hypnosis.

Erickson M.(1982). Opere vol. I, II, III, IV. Astrolabio, Roma.

Gulotta G. e Loriedo C. (2010). Dialogo su questioni forensi e cliniche dell’Ipnosi. Convegno Crociera FIAP, 16-20 aprile 2010.

Gulotta G. (1980). Ipnosi. Aspetti psicologici, clinici, legali , criminologici. Giuffrè editore.

Provenzano A., Turco M. et all. (2012). Phacoemulsification in hypnotic analgesia. XVI KMSG International Congress – Nice – Hotel Nice Plaza, sabato 16 giugno 2012 nella sessione Cataract surgery & IOLs, Nice.

S.I.A.R.E.D. (2009). Ipnosi nella pratica clinica. Atti del Congresso S.I.A.R.E.D. – Ferrara 2009

Turco M. (2011). Ipnosi medica: aspetti neuropsicologici nell’ Analgesia e nell’ Anestesia ipnotica. Notiziario Ordine Psicologi Regione Puglia. N. 6, dic. 2011.

Turco M. (2012). Analgesia e Anestesia Ipnotica in Phacoemulsification. Notiziario Ordine Psicologi Regione Puglia, n. 9, dic. 2012.

La Negoziazione

La Negoziazione.

 

Quando ci troviamo a confrontarci con una persona difficile, il primo passo non è controllare il suo comportamento, ma il nostro.

La negoziazione può essere considerata come un metodo attraverso il quale le persone appianano le differenze. È un’arte, ma anche una scienza. È un’arte perché dipende dalla nostra creatività ed è una scienza perché è anche governata da tecniche e strategie.

Tali principi guida provengono dalla Squadra di negoziazione ostaggi del Dipartimento di Polizia di New York, nata nel 1973.

La negoziazione è un’attività che svolgiamo, in realtà, in diverse occasioni, da quelle più banali e quotidiane, a quelle più articolate che magari riguardano il nostro lavoro, come quando vogliamo richiedere un aumento di stipendio o un avanzamento di carriera. In ogni caso, la negoziazione dovrà essere considerata un processo attraverso il quale si raggiunge un accordo in maniera mutualmente soddisfacente. Occorre, infatti, abbandonare l’assunto superficiale che in una negoziazione occorra “vincere”. È importante, pertanto:

  • scindere le persone dal problema;
  • concentrarsi sugli interessi e non sulle posizioni;
  • generare opzioni soddisfacenti per tutte le parti.

Per negoziare bene occorre esercitare soprattutto tatto e rispetto. Tali elementi costituiscono gli strumenti principali perché ci aiuteranno ad identificare il problema e a trovare una connessione con l’altra parte. Possiamo adoperare la seguente prima schematizzazione:

  • Per risolvere un problema, occorre prima identificarlo.
  • Costruire relazioni è fondamentale nella negoziazione e la comunicazione ha una parte preponderante nel costruire relazioni.
  • Il contenuto è importante, ma dobbiamo anche fare attenzione alla componente emotiva.
  • Il rapporto comincia a svilupparsi quando la controparte comincia a sentirsi a proprio agio in nostra presenza.
  • Ovviamente, la comunicazione non è solo verbale.
  • Fate attenzione alla vostra faccia quando parlate con qualcuno, soprattutto durante una situazione critica.

Qualcuno asserisce che per negoziare bene occorre soprattutto essere degli abili oratori. In realtà, non è proprio questo il “trucco”. Se consideriamo il più elementare dei bisogni umani, comprenderemo la giusta prospettiva.

Vi è un esigenza universale dell’essere umano che è quello di capire e di essere capiti e il miglior modo per capire le persone è ascoltare. Non è un caso che il mantra della HNT (Negoziazione Presa Ostaggi) è «PARLA CON ME». Notate che non è «ascoltami», poiché vorrebbe dire che il negoziatore è l’unico a parlare.

L’ascolto è un’attività consapevole, mentre il sentire è un’attività automatica, accidentale e involontaria. La persona, infatti, decide consapevolmente di ascoltare qualcuno o meno. La regola della negoziazione è pertanto: 80% ascolto e 20% parlare. «Il trucco per fare in modo che ti trovino simpatico è semplicemente ascoltarli» sosteneva D. Carnegie e «L’inabilità dell’uomo nel comunicare deriva dalla sua incapacità di ascoltare davvero ciò che viene detto» affermava C. Rogers.

Un altro schema pragmatico in materia di negoziazione ci semplifica sicuramente le cose:

  1. Rapporto
  2. Identificare il problema
  3. Connessione
  4. Ascolto attivo

Per praticare la negoziazione occorre necessariamente avere ed implementare alcune abilità: occorre essere maturi, stabili emotivamente, occorre saper esercitare la compassione, parlare chiaramente, agire con diplomazia e possedere rapidità di pensiero.

La stabilità emotiva è un tratto personologico fondamentale per chi conduce negoziazioni. Non dobbiamo mai rispondere alla rabbia di qualcuno con la nostra rabbia e occorre considerare che ciascun negoziato è mosso sempre dalle emozioni. Occorre considerare poi che l’essere umano è un essere mosso dalle emozioni e non dalla logica! Ogni volta che i livelli emotivi sono alti e i livelli di razionalità bassi prendiamo delle pessime decisioni.

Occorre sapere che le emozioni tendono a dissiparsi naturalmente e che il ciclo vitale fisiologico di un’emozione nel corpo e nel cervello è di circa 90 secondi. Quindi, le sensazioni, l’adrenalina, il calore sul viso, la gola stretta, i battiti accelerati, compaiono, raggiungono l’apice e si dissolvono da soli in un minuto e mezzo e ciò che mantiene le emozioni attive oltre i 90 secondi sono solo le storie che ci raccontiamo.

Nella negoziazione dobbiamo, inoltre, considerare che ciò che noi pensiamo e crediamo non è necessariamente cosa condivisa e condivisibile. Ognuno di noi ha la sua mappa delmondo che non coincide necessariamente con quella altrui. Siamo chiamati, dunque, a ricordare, come precisa sempre lo stesso J. Cambria, che la nostra non è l’unica verità. Dobbiamo esplorare, discutere e capire le percezioni degli altri.

Lo schema da tener bene in mente è quindi:

  • Controllo delle emozioni
  • Niente di personale
  • Percezioni diverse
  • Pensiero unico

La negoziazione richiede del tempo. Oltre alla preparazione, il negoziatore deve essere creativo e seguire la giostra emotiva della persona in stato di crisi.

Ulteriore suggerimento è conosciuto come le 3 E e le 3 A:

  • Etica
  • Ego (sotto controllo)
  • Empatia
  • Attenzione
  • Atteggiamento
  • Aggiustamento

Occorre esercitare sempre e comunque l’empatia, poiché se ignorate le preoccupazioni normali, fisiologiche o assurde che possano essere di una persona, causerete una rottura della comunicazione. Occorre esplorare, quindi, le posizioni della controparte ed ogni problema va ascoltato e trattato con rispetto e dignità. Se non partite da tale prospettiva, rinunciate a negoziare!

Se proviamo un senso di superiorità all’apertura di un negoziato, allora abbiamo già preso una decisione, e nulla di ciò che il nostro interlocutore dirà, potrà penetrare nel nostro cervello. Fingendo di ascoltarlo, rifiuteremo di considerare i punti che sta sollevando. L’atteggiamento giudicante interrompe, infatti, la comunicazione.

L’HNT suggerisce alcuni step strategici, conosciuti con l’acronimo Morepies:

  1. Incoraggiatori minimi
  2. Domande aperte
  3. Rispecchiare
  4. Etichettatura emotiva
  5. Parafrasare
  6. Messaggio «IO»
  7. Pause efficaci
  8. Riassunto

Altri suggerimenti: non fermatevi a domande chiuse o con scelta forzata; attenzione alle domande che possono sembrare accusatorie (perché hai fatto una cosa del genere); cercate di creare pause intenzionali per esortare l’altro a parlare; il silenzio è un’arma efficace a volte; riassumete i punti discussi fino a quel momento.

La comunicazione può essere ostacolata da svariate trappole:

  • Assunti e preconcetti
  • Criticare mentalmente lo stile comunicativo dell’altro
  • Essere sovraeccitati
  • Ascoltare solo i fatti senza fare attenzione alle emozioni
  • Annotarsi tutto quanto
  • Interrompere la controparte
  • Reagire eccessivamente a certe parole
  • Sognare a occhi aperti
  • Distrarsi con cellulare o altro.

Da evitare, quindi:

  • MA : il ma nega tutto ciò che è stato detto precedentemente. Provate a mettere la parte negativa del messaggio per prima seguita da quella positiva.
  • La parola NO dovrebbe essere evitata. Il NO elimina ogni altra opzione. Evitate: no, non posso, non riesco, non voglio, …
  • Usate perché con cautela. Spesso, con un certo tono di voce, viene percepito accusatorio, soprattutto quando una persona è in situazione di crisi. Sostituiamo il «perché» con il «come» ed evitate frasi tipiche quali: “So esattamente come ti senti. Con tutto il dovuto rispetto”, …
  • Adoperate strategicamente l’umorismo. Fatelo però con cautela.
  • Non vi ponete come parte che da consigli e che giudica.

La negoziazione è, infatti, una forma di comunicazione specializzata costellata da infinite trappole. Siate sempre vigili, rimanete sintonizzati sugli altri. Fate attenzione agli atteggiamenti, alle frasi e alle parole. Fate attenzione alla vostra faccia e al tono di voce. «Potranno dimenticare cosa hai detto, ma non dimenticheranno come li hai fatti sentire.»

Il manuale di negoziazione suggerisce:

  1. Evitate di essere critici
  2. Evitate di dare consigli sulla base di esperienze personali
  3. Evitate di analizzare il soggetto
  4. Evitate di esprimere giudizi
  5. Rispettare l’autonomia delle persone
  6. Consultate sempre l’altro. L’accordo deve essere comune
  7. Mostrate gratitudine: riduce lo stress della negoziazione e rafforza una relazione
  8. Un negoziato non è uno scontro fra due parti, ma un processo in cui le parti lavorano insieme per trovare una soluzione.

Ultertiore approfondimento ci può essere fornito dall’approccio 6 P:

  1. Preparazione
  2. Pianificazione
  3. Psicologia
  4. Pratica
  5. Pazienza
  6. Persistenza

Le tecniche di negoziazione si apprendono e soprattutto devono essere praticate. Negoziare è un expertise e non solo un’esperienza. Una pratica sbagliata, infatti, ripetuta tante volte, è comunque sbagliata!

  • Negoziare significa saper ascoltare
  • Negoziare significa creare un ottimo rapport
  • Negoziare significa essere creativi

La negoziazione è soprattutto cooperazione. Negoziare significa anche «essere duro con i problemi e morbido con le persone» (Harvard University).

 

 


  • È interessante l’esempio seguente della Scuola di Negoziazione di Harvard: «Due sorelle litigavano per un’arancia. Una di loro riteneva di averne più diritto in quanto l’aveva presa per prima, invece l’altra argomentava che il diritto spettava a lei essendo la primogenita».

La madre, nel tentare una soluzione imparziale, offrì di tagliare il frutto a metà: le bambine rifiutarono fermamente e non accettarono la soluzione proposta, continuando a litigare! La nonna, che osservava attenta la scena, decise di chiedere a ognuna delle bambine perché volevano l’arancia.

La più piccola rispose che aveva sete e l’altra che voleva la buccia per preparare una torta perché aveva fame.

Così la nonna grattugiò la buccia dell’intera arancia e la offrì ad una delle nipoti, spremette la polpa dell’intera arancia e la offrì all’altra.

Come vediamo, se la soluzione fosse stata impostata sulla base delle posizioni iniziali delle bambine, le diverse possibilità sarebbero state:

  1. aggiudicare l’arancia alla sorella maggiore
  2. aggiudicare l’arancia alla sorella minore
  3. dividere l’arancia a metà

Nessuna di queste soluzioni sarebbe stata in grado di soddisfare gli interessi delle sorelle. Gli accordi negoziati si basano sulla possibilità di rinforzare gli interessi comuni, transigere gli interessi opposti e raggiungere la maggior soddisfazione possibile riguardo gli interessi differenti.

  • Noi ascoltiamo 125-250 parole al minuto. Pensiamo a 1000-3000 parole al minuto. Il 75% de tempo siamo distratti. Generalmente, dopo aver ascoltato, ricordiamo il 50% di ciò che è stato detto, ma anche meno! Un’ora dopo, ricordiamo meno del 20%.
  • Interessante l’esempio raccontato da J. Cambria in Parliamone: “Due uomini si trovano in un bar e finiscono per parlare di Green Bay, Wiisconsin.

Il primo dice: «è davvero un bel posto»

Il secondo risponde: «cosa c’è di bello in quel posto? Le uniche due cose che vengono da lì sono i Packers, la squadra di football e delle baldracche repellenti»

«… aspetta un minuto, brutto stronzo» dice l’altro. «Mia moglie viene da Green Bay»

«Davvero? In che ruolo gioca?»”

  • Si legge ancora in Parliamone: “… un uomo stava riempiendo un secchio di stelle marine che erano state sbattute sulla spiaggia dal vento. Ogni volta che il secchio si riempiva, l’uomo andava a riva e lo svuotava. Poi, ritornava a fare la stessa cosa e di nuovo a riempire il secchio.

Ma cosa fai? Chiese un passante.

Riporto le stelle marine in mare, rispose.

Perché, è una cosa di scarsa importanza ora.

L’uomo lo guardò e rispose: «è importante per le stelle marine.»


  • Il presente capitolo farà parte del testo CRIMINAL, in fase di pubblicazione. Tutti i diritti sono riservati.
  • Per una trattazione specialistica in termini di Negoziazione cfr. Parliamone. Jack Cambria, ROI Edizioni, 2019. Il testo rappresenta una testimonianza interessante e pragmatica di uno specialista della negoziazione – Squadra di negoziazione ostaggi del Dipartimento di Polizia di New York, istituita nel 1973

 

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