Il corpo parla: Sempio sotto la lente
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Garlasco, il corpo parla: cosa rivela l’intervista di Sempio secondo lo psicologo Mirco Turco
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Garlasco, il corpo parla: cosa rivela l’intervista di Sempio secondo lo psicologo Mirco Turco
Lugano, 28/29 gennaio 2026
Il benessere sta vivendo una trasformazione radicale. Un evento unico in cui Scienza, Tecnologie Innovative e Armonia Interiore si incontrano. Un nuovo standard di salute, con scienziati, visionari e aziende specializzate. Questo è il LONGEVITY 5.0
Longevity 5.0 Healthverse Summit – LLRW EVENTS

Con grande piacere ho partecipato a questo innovativo evento, tra le tante voci di eccellenza della Salute Globale.

PILLOLA DEL MIO INTERVENTO: Riprogrammare il corpo attraverso la mente: il paradosso della longevità
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Quando parliamo di longevità 5.0, parliamo di tecnologia, di medicina avanzata, di genetica, di intelligenza artificiale.
Ma oggi vorrei portarvi su un piano diverso. Un piano che non si vede nelle TAC, non si misura con un esame del sangue, ma che decide ogni giorno quanto viviamo… e soprattutto come viviamo: il benessere emotivo.
Le ricerche degli ultimi decenni sono chiarissime: lo stress cronico accelera l’invecchiamento cellulare, altera il sistema immunitario, aumenta il rischio cardiovascolare, favorisce processi infiammatori, accorcia i telomeri, le “capsule del tempo” delle nostre cellule.
Puoi mangiare sano, fare sport ed evitare di fumare e bere, ma se la tua mente è sempre in allarme … il corpo invecchia comunque!
Limitare lo stress cronico!
Se dovessimo esagerare alcune ricerche specialistiche, oggi, quasi per “intimorire” direi:
L’ambiente tossico invecchia le tue cellule!
Lo stress cronico è dunque un silenzioso, soprattutto lo stress che non consideriamo e non valutiamo attentamente!
Sempre performanti, disponibili, attivi, … e rimaniamo sempre in stato di allerta come se fossimo costantemente inseguiti da un predatore mostruoso . Questa tensione emotiva costante diventa la normalità, ma non lo è affatto!
Le emozioni sono pura biologia! L’essere umano è un essere emozionale!
Ogni emozione determina una riposta ormonale, neurochimica, immunitaria … e il corpo non dimentica! Forse a questo si riferiva Jung quando diceva: nessuna persona sana di mente pensa solo con la testa!
La prevenzione dello stress è il più potente intervento di longevità che abbiamo e la domanda non è quale tecnica posso utilizzare: Mindfulness, ipnosi, meditazione, … sono tutte tecniche valide …
La vera domanda è: quanto spazio diamo a questo tipo di benessere?
La tecnica non deve essere una forzatura, una “pezza” temporanea, ma una vera abitudine! Si deve trasformare in una nuova “memoria muscolare.”
Occorre, probabilmente, un salto di paradigma: è il passaggio da resistere a prendersi cura; da performare a sostenersi e soprattutto da esistere a vivere!
Chiediamoci, quindi: che tipo di stato emotivo stiamo allenando ogni giorno?
Ora immaginate che …
una persona entri in un ambiente che induce calma, sicurezza, presenza … il respiro rallenta … la tensione muscolare diminuisce … il cervello esce dalla modalità sopravvivenza … questo non è solo benessere percepito. È biologia che cambia stato. Favorire un nuovo equilibrio … ridurre lo stress, migliorare la qualità del sonno, aumentare la resilienza, sostenere processi di invecchiamento sani …
La VR (realtà virtuale) può rappresentare uno strumento interessante della Longevità 5.0. Un’esperienza super immersiva che il cervello vive come reale …
Significa allenare stati emotivi funzionali, riduzione dello stress, riduzione dell’ansia, rilassamento profondo, regolazione emotiva, recupero psicofisico e mentale.
Immaginate uno “spazio” del genere in tutti gli ambienti di lavoro, non solo per i clienti, ma anche per il personale, una “emotional suite”. Uno spazio di decompressione emotiva, uno strumento di prevenzione dello stress, del burnout, un allenamento quotidiano di regolazione emotiva.
Non esiste la longevità senza un ambiente emotivamente sostenibile. In questo senso, l’innovazione tecnologica ci consentirà di … rallentare, ascoltare, recuperare, rigenerare.
Oggi, viviamo allora una sorta di paradosso: chi vive ossessionato per la salute vive meno!
La longevità è, infatti, un equilibrio tra mente libera, corpo rilassato e cuore in pace!
Nietzsche scriveva: “Chi ha un perché per vivere può sopportare quasi ogni come.”
Longevità 5.0 ha perfezionato il come. Ma sul perché balbetta ancora.
Chi dovrebbe vivere più a lungo? Il corpo o l’Io che lo abita?
La longevità non deve trasformarsi in una forma di ansia ben confezionata!
Abbiamo orologi che ci dicono come dormiamo, ma nessuno che ci chieda perché ci svegliamo.
Integratori, biohacking, diete miracolose, bagni di ghiaccio. Tutto pur di evitare la domanda più pericolosa:
“Se vivo fino a 120 anni… cosa ci faccio con me stesso?”
Da psicologo ve lo dico senza anestesia: la longevità non dipende solo dalle cellule. Dipende dalla capacità di reggere la frustrazione.
Di attraversare il dolore. Di conoscere e regolare le emozione. Di accettare il fatto che non dovremmo preoccuparci della morte, ma del tempo!
Longevità 5.0 non significa solo tracciare obiettivi o metodi, ma deve necessariamente occuparsi anche di chi è la persona longeva (identità) …
Siamo continuamente tentati dall’ultima novità. Le nuove strategie, tecniche, innovazioni sembrano sempre più interessanti perché … ci offrono nuova speranza! E qui si apre un nuovo paradosso: più speriamo, più diventiamo poveri … perché essere poveri non è avere troppo poco, ma volere sempre di più! (Seneca)

Siamo sicuri che longevità significhi semplicemente “allungare” la vita? Ho i miei fondati dubbi, anche perché, spesso, chi è più ossessionato dalla salute vive solitamente meno! Forse, andrebbe “ripensato” il concetto, poiché occorre aggiungere vita agli anni e non anni alla vita, come diceva qualcuno e il focus principale, non è tanto l’alimentazione sana, l’attività fisica, l’anti-aging, ma il benessere emotivo. Lo stress cronico è dunque il killer silenzioso perché proprio lo stress causa, tra l’altro, un invecchiamento cellulare. Occuparsi di longevità significa quindi porre al centro la prevenzione e la gestione dello stress, la regolazione emotiva e l’equilibrio mente-corpo e aggiungerei anche cuore!
Di tutto questo e di molto altro all’evento TOP Longevità 5.0 a Lugano, il 28/29 gennario 2026.
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In questa roccambolesca e drammatica vicenda, a me pare, che tutti parlano, tranne quelli che potrebbero parlare … e mi sorprende che le “parti coinvolte” non si siano mai affidate concretamente anche a Profiler ed esperti di Psicotraumatologia. Ma in fondo, la Verità è sempre cosa ardua…
Il famoso principio di Locard, “Ogni contatto lascia una traccia”, sembra sia completamente scivolato nell’oblio e, a proposito di memoria, non si sottolinea mai abbastanza che con il tempo le tracce si deteriorano, si contaminano o scompaiono. Non solo, ma i ricordi dei testimoni ( e di chiunque) si alterano e le ricostruzioni diventano progressivamente più fantasiose e poco attendibili! La memoria è, infatti, ricostruttiva e non riproduttiva.
In questo marasma dantesco, tra prove considerate scientifiche, indizi, interrogatori, testimonianze, intercettazioni, collusioni, confabulazioni e fiabe, uno sguardo “differente” verso il Profilinig non farebbe male. Ricordo, però, che la profilazione è un’attività di puro supporto all’investigazione.
E veniamo al focus …
Considerando i traumi al cranio della povera vittima, si potrebbe parlare di un modus operandi con finalità funzionale. L’aggressore, di fatto, voleva prima neutralizzare la vittima, per poi causarne la morte.
Perché? Si evidenzia una perdita di controllo emotivo, tipica dei soggetti sotto stress acuto o in seguito ad una “classica” ed improvvisa o inaspettata ferita narcisistica.
La parte su cui nessuno si è soffermato (almeno, non ne ho mai sentito parlare) però, è legata alle lesioni incisive localizzate sotto le palpebre. Ed è qui che il profiling potrebbe venire in soccorso.
Secondo la letteratura sul Criminal Profiling (Douglas, Ressler, Turvey), un gesto che non è necessario per uccidere, ma che viene reiterato con precisione su una parte del corpo altamente simbolica, viene definito signature behavior.
Nello specifico, gli occhi rappresentano: la coscienza, il giudizio, la capacità di vedere e riconoscere l’altro. Colpire quindi tale zona in modo deliberato, su un piano simbolico, potrebbe significare: annullare “lo sguardo” della vittima, impedire la “funzione giudicante” e trasformare il corpo in un “oggetto dominato.”
Secondo il modello di John E. Douglas, la mutilazione mirata agli occhi è tipica di aggressori con grave vulnerabilità narcisistica, che vivono la vittima come specchio minaccioso della propria inadeguatezza.
L’atto non è da considerare sadismo fine a sé stesso, ma una compensazione patologica: distruggendo simbolicamente la fonte dello sguardo, l’omicida tenta di cancellare la propria vergogna e il proprio senso di inferiorità.
Inoltre, secondo i modelli FBI, le ferite palpebrali:
1) potrebbero indicare punizione per ciò che è stato visto. In questo caso, la vittima viene punita poiché ha scoperto, ha compreso o avrebbe potuto rivelare “contenuti” percepiti dall’aggressore come minacciosi per la propria immagine o status.
Questa dinamica è ampiamente descritta da Robert K. Ressler, che associa le lesioni oculari a delitti in cui l’autore agisce per preservare un Sé fragile, evitare l’umiliazione, annullare una fonte di giudizio reale o immaginato.
2)Punizione per ciò che è stato negato. La seconda lettura, altrettanto solida, colloca la signature nella dinamica del rifiuto affettivo. Qui l’omicida punisce la vittima per:
non aver ricambiato,
non aver riconosciuto,
non aver concesso un legame emotivo che egli riteneva dovuto.
Le ferite sotto le palpebre diventano allora il simbolo di un “non mi hai visto”, un “non mi hai riconosciuto”, un “non mi hai amato”.
Secondo il modello di Brent E. Turvey, questa tipologia di signature è tipica di soggetti ossessivi, con confusione tra fantasia e realtà, che vivono relazioni idealizzate esclusivamente nella propria mente (vicinanza percepita).
Spostandoci oltre tali affascinanti analisi, che sono frutto di una scienza, il Profiling appunto, che non è banalità, né opinione personale, né un modo per “apparecchiare le cose” (cit.), quale potrebbe essere il profilo finale dell’aggressore?
Si potrebbe parlare di un soggetto organizzato sul piano cognitivo, ma con disregolazione emotiva; probabilmente con deficit narcisistico strutturale e un certo grado di ambivalenza affettiva Amore/Odio. Dominato dal bisogno di controllo assoluto sulla vittima.
Il delitto non è un’esplosione casuale, ma un atto finale di una sorta di “dramma a due”, reale o immaginario, in cui la povera vittima diventa il catalizzatore di una probabile patologia di personalità preesistente.
I modelli di riferimento considerati, in ogni caso, concordano sul fatto che l’omicidio rappresenta anche un “messaggio”. Tale messaggio parla di controllo, annientamento simbolico e terrore del giudizio.
Riferimenti per l’analisi:
Douglas, J. E., Burgess, A. W., Burgess, A. G., & Ressler, R. K. (2013). Crime Classification Manual: A Standard System for Investigating and Classifying Violent Crimes (3ª ed.). John Wiley & Sons.
Ressler, R. K., & Shachtman, T. (1992). Whoever Fights Monsters: My Twenty Years Tracking Serial Killers for the FBI. St. Martin’s Press.
Turvey, B. E. (2022). Criminal Profiling: An Introduction to Behavioral Evidence Analysis (5ª ed.). Academic Press. I
Canter, D. V. (1994). Criminal Shadows: Inside the Mind of the Serial Killer. HarperCollins.
ANALISI DEL COMPORTAMENTO NON VERBALE (rif. intervista di A. Sempio)

Non sempre la Verità e semplice! Proprio per questo, forse, occorrerebbe affidarsi meglio alla Scienza Psicologica e a metodologie, come il Sistema Facs (Facial Action Coding System) che possono dare un utile e strategico supporto. Sicuramente non esistono “indicatori” precisi della menzogna, ma il viso è un teatro delle nostre emozioni e le emozioni non mentono mai!
In una intervista di A. Sempio, nell’intricato “caso di Garlasco”, ho decodificato alcuni segnali non verbali. Ovviamente, la linea di partenza (base line) proviene da ulteriori interviste e non da un confronto diretto. Si possono registrare, comunque, delle incongruenze o una distonia comunicativa. Se non si può parlare in modo palese di “menzogna”, sicuramente si evidenziano delle “omissioni strategiche”.

VIDEO INTERVISTA – Lo stato delle cose – RAI 3; 27/10/2025
Esce una nuova pubblicazione, snella, pragmatica, efficace. Senza tecnicismi e “fronzoli”.
“Power, biochimica della motivazione” rappresenta una terra di mezzo tra un intervento psicologico strategico e un’azione di coaching.
Focus principale: la motivazione. Forse, troppo “sopravvalutata” alle volte e in altri casi, poco conosciuta.
“La motivazione non è solo forza di volontà: è un viaggio dentro di te, tra desideri, energie e ritmi naturali.
Questo libro ti guida a comprendere e attivare le tue risorse interiori, trasformando obiettivi in azione, sfide in opportunità e sogni in realtà concrete.
Scopri come ascoltare il tuo corpo, coltivare la resilienza e vivere ogni giorno con slancio, chiarezza e presenza.
ARGOMENTI PRINCIPALI …
La Scintilla: Ritrovare il Perché
Mentalità Vincente: Trasformare le Convinzioni in Potere
La motivazione che ispira gli altri
Il Potere delle Abitudini: Micro-azioni, Macro-risultati
Il Coraggio di Agire
La Resilienza e il Ritorno
Motivazione Sostenibile: Dalla Spinta Emotiva alla Coerenza Quotidiana
Diventa la tua Fonte di Ispirazione: L’arte di essere guida di te stesso
MICRO-MEDITAZIONI IPNOTICHE
BIO-MOTIVAZIONE: LA CHIMICA INTERIORE DEL TUO SLANCIO VITALE
La zoofobia è una fobia specifica (DSM-5-TR, categoria: “tipo animale”) caratterizzata da una paura persistente, eccessiva e irrazionale verso uno o più animali. La sola presenza o l’immagine dell’animale temuto può scatenare ansia acuta, panico o evitamento.
| Tipo di animale | Nome specifico della fobia |
|---|---|
| Cani | Cinofobia |
| Gatti | Ailurofobia |
| Insetti | Entomofobia |
| Ragni | Aracnofobia |
| Uccelli | Ornithofobia |
| Serpenti | Ofidiofobia |
| Topi / roditori | Musofobia |
| Cavalli | Equinofobia |

Fisici: tachicardia, sudorazione, tremori, vertigini, nausea
Cognitivi: pensieri catastrofici (“Mi attaccherà”, “Potrei morire”)
Comportamentali: evitamento totale di luoghi dove potrebbe esserci l’animale
Esperienze traumatiche infantili (morsi, aggressioni, spaventi)
Apprendimento per osservazione (es. genitori spaventati dagli animali)
Rinforzo dell’evitamento: più si evitano gli animali, più la fobia si rafforza
Fattori evolutivi (es. paura ancestrale per serpenti, ragni)

Ristrutturazione cognitiva: identificare e modificare i pensieri irrazionali
Esposizione graduale: progressiva esposizione all’animale, reale o virtuale
Tecniche di rilassamento: respirazione, rilassamento muscolare, mindfulness, ipnosi
Simulazioni 3D di animali in ambienti controllati
Permette l’esposizione senza il rischio reale
Studi mostrano miglioramenti rapidi in fobie animali (es. ragni, cani)
| Seduta | Attività |
|---|---|
| 1 | Valutazione clinica, gerarchia dell’ansia |
| 2 | Psicoeducazione + tecniche di gestione ansia |
| 3–7 | Esposizione VR graduale: cane da lontano → vicino |
| 8 | Esposizione in vivo assistita (se possibile) |
| 9–10 | Consolidamento + prevenzione ricadute |
| Follow-up | Verifica dopo 1 mese |

ZOOPHOBIA VR è una App di Realtà Virtuale pensato per pazienti che manifestano fobie specifiche verso gli animali. ZOOPHOBIA VR consente di esporre il cliente agli stimoli fobici in modo crescente, al fine di contro condizionare la risposta d’ansia. Il software ha un focus particolare sulla paura dei ragni e dei serpenti. Per ciascun animale sono previsti fino a 14 livelli, in cui l’attivazione è connessa a variabili quale la distanza, il movimento e il numero. In base all’andamento dell’esposizione, sarà possibile procedere verso lo step successivo, tornare al precedente, oppure interrompere la visione qualora il paziente sperimentasse disagio. In questo quadro il software si presenta come uno strumento di add-on terapeutico per il trattamento delle zoofobie, consentendo una terapia non invasiva e sicura per il paziente.

Garcia-Palacios, A., Botella, C., Hoffman, H., & Fabregat, S. (2007). Comparing acceptance and refusal rates of virtual reality exposure vs. in vivo exposure by patients with specific phobias. CyberPsychology & Behavior, 10(5), 722–724. https://doi.org/10.1089/cpb.2007.9962
Miloff, A., Lindner, P., & Carlbring, P. (2020). The future of virtual reality therapy for phobias: Beyond simple exposures. Clinical Psychology: Science and Practice, 27(4), e12344. https://doi.org/10.1111/cpsp.12344
Wiederhold, B. K., & Wiederhold, M. D. (2005). Virtual Reality Therapy for Anxiety Disorders: Advances in Evaluation and Treatment. Washington, DC: American Psychological Association.
L’acrofobia è una fobia specifica caratterizzata da una paura intensa e irrazionale delle altezze (es. balconi, scale, tetti, ponti, grattacieli).
Non va confusa con il normale disagio che alcune persone provano in alto: nell’acrofobia, la reazione è sproporzionata e disfunzionale.
Fisici: vertigini, nausea, sudorazione, tremori, palpitazioni, senso di instabilità
Cognitivi: pensieri catastrofici (“potrei cadere”, “perderò l’equilibrio”)
Comportamentali: evitamento di luoghi elevati (scale, balconi, sentieri di montagna)
Esperienze traumatiche (cadute, testimoni di incidenti)
Predisposizione genetica all’ansia
Apprendimento osservazionale (es. genitori ansiosi)
Problemi vestibolari (in rari casi)

Ristrutturazione dei pensieri irrazionali
Esposizione graduale all’altezza in vivo o in VR
Tecniche di gestione dell’ansia
Espone gradualmente il paziente a scenari virtuali in altezza
Ambiante sicuro, controllato, altamente efficace
Supporta l’esposizione in vivo se inizialmente non tollerabile
Mindfulness e Ipnosi
In alcuni casi: farmaci ansiolitici (solo temporaneamente)
Durata media: 6–10 sedute
Frequenza: 1–2 volte a settimana
Seduta tipo: 45–60 minuti
Approccio: CBT + VRET

La acrofobia (o paura delle altezze) è un disturbo d’ansia molto diffuso. A differenza dell’aerofobia, la paura di volare, l’acrofobia concerne una paura o un’ansia marcata, legata ad una varietà di situazioni in cui si è lontani o si perde il contatto con il suolo. AKRON è una App di Realtà Virtuale progettata e realizzata per il trattamento della paura delle altezze tramite l’esposizione del paziente a situazioni temute stimolo-crescenti. Lo scenario di AKRON prevede la possibilità di salire su un ascensore di vetro, piano dopo piano, e di monitorare il livello di attivazione per ogni piano che si raggiunge. Il software consente anche di aggiungere una barriera all’interno dell’ascensore di vetro, qualora l’attivazione dovesse essere eccessiva.
Parsons, T. D., & Rizzo, A. A. (2008). Affective outcomes of virtual reality exposure therapy for anxiety and specific phobias: A meta-analysis. Journal of Behavior Therapy and Experimental Psychiatry, 39(3), 250–261. https://doi.org/10.1016/j.jbtep.2007.07.007
Donker, T., Cornelisz, I., van Klaveren, C., van Straten, A., Carlbring, P., Cuijpers, P., & van der Zanden, R. (2019). Effectiveness of self-guided virtual reality therapy for acrophobia: A randomized controlled trial. Journal of Anxiety Disorders, 61, 63–74. https://doi.org/10.1016/j.janxdis.2018.07.003
Lindner, P., Miloff, A., Fagernäs, S., Andersen, J., Sigeman, M., Andersson, G., & Carlbring, P. (2021). Therapist-led vs. self-led virtual reality exposure therapy for acrophobia: A randomized controlled non-inferiority trial. NPJ Digital Medicine, 4(1), 2. https://doi.org/10.1038/s41746-020-00304-7
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Lugano, 28/29 gennaio 2026 Il benessere sta vivendo una trasformazione radicale. Un evento unico in cui Scienza, Tecnologie …
Siamo sicuri che longevità significhi semplicemente “allungare” la vita? Ho i miei fondati dubbi, anche perché, …
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