CNN – Romania

Nel mio intervento alla conferenza internazionale di Criminologia, Criminalistica e Psicologia Forense di Bucarest, ho ridefinito il suicidio non come desiderio di morire, ma come il collasso di un sistema nervoso che non tollera più il dolore. La vera domanda clinica e criminologica da porsi non riguarda il “perché”, ma la soglia limite della sofferenza che un essere umano può sopportare. Il trauma non è l’evento esterno in sé, ma la reazione interna che altera fisicamente la neurobiologia cerebrale, tra amigdala e corteccia prefrontale. Le ferite più devastanti derivano spesso da violenze invisibili, come l’umiliazione cronica, la trascuratezza psicologica e l’invalidazione continua. Questa sofferenza logorante provoca un collasso del futuro, restringendo il tempo alla sola disperata lotta per sopravvivere ai dieci minuti successivi. Questa solitudine traumatica non corrisponde all’essere fisicamente soli, bensì al ritrovarsi completamente privi della prospettiva di un domani. Per salvare chi soffre non servono esortazioni retoriche a “essere forti”, ma la ricostruzione di una reale e profonda esperienza di sicurezza. La guarigione e la regolazione del sistema nervoso passano solo attraverso lo sguardo, la presenza costante e la connessione umana. Mentre parliamo, decine di persone nel mondo si tolgono la vita, rendendo urgente un cambio di paradigma clinico e sociale. Comprendere a fondo il dolore e restituire sicurezza è l’unico modo reale che abbiamo per spezzare per sempre la trasmissione della violenza.
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